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Mar, Ott

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Grazie al manoscritto di uno zelante servitore del Vicereame spagnolo di Napoli, il marchese di Celenza Carlo Gambacorta, solleviamo la cortina dei secoli e ci immergiamo negli ultimi anni del Cinquecento, esattamente all’altezza del 1594. È in questa data che il Gambacorta redige una «Visita delle torri di Capitanata» nel mese di dicembre 1594 su esplicito incarico del viceré il conte di Olivares. Ce lo racconta dettagliatamente Romano Starace nel suo Torri costiere della Capitanata. 



L’ispezione del marchese di Celenza. Il secolo sta per finire e porta sulle spalle tutto il fardello di un pesantissimo bilancio per l’Italia, ormai «in preda gli straneri». Non siamo molto lontani, idealmente, dall’orizzonte di Ferrere del Conte Zio di manzoniana memoria: lo Stato spagnolo, diventato un enorme impero, si comporta come un elefante impotente di fronte ai mille tortuosi topi che lo assediano. Nella disgrazia, ci sono disgrazie peggiori. Il ventre molle di tutta la mastodontica struttura è per l’appunto il vicereame di Napoli con i suoi territori costieri esposti a razzie prevalentemente turche e berbere, che si rivelano pericolose anche dopo la battaglia di Lepanto. Se la ricchezza economica è ormai decisamente spostata sulle rotte oceaniche, a chi mai potrà interessare il destino di qualche popolazione affacciata sul Mediterraneo italiano? 

{affiliatetextads 1,,_plugin}Il fido e scrupoloso marchese di Celenza, da dieci anni governatore della Capitanata, compie il suo piccolo miracolo. In quel suo viaggio di fine Cinquecento passa al setaccio ben quaranta torri costiere, disseminate tra i duecento chilometri ai piedi del Gargano e l’Abruzzo. Grazie anche alle generose illustrazioni che impreziosiscono il libro di Starace, si riesce a recuperare interamente questa pagina di architettura militare: «Le torri vicereali - scrive l’autore - assumono una “innovativa” forma quadrata di circa dieci metri di lato su un alto zoccolo a tronco di piramide… e si innalzano in genere su due piani, quello nobile in funzione di alloggio mentre a pianterreno, in genere voltato a botte come il precedente, trovavano posto l’invaso per la raccolta dell’acqua piovana… e le derrate alimentari». 

Il compito di Gambacorta è presto svolto: rappezzare qua e là, fare sostegni, recuperare agibilità all’edificio, rifare l’«astraco» (ovvero il pavimento), potenziare la guarnigione con «falconetti» e «scoppetti» e molte altre armi necessarie. Consigli e rilievi tecnico-amministrativi con relativa contabilità: ma basteranno? Si sa che di mano in mano lungo le solite gerarchie di responsabilità il potere si distribuisce, ma a danno dell’ef ficienza: le truffe, ad esempio, sulla qualità dei materiali usati per la ristrutturazione sono dietro l’angolo, sicché ad un successivo passaggio ispettivo spetterà a Sisifo rifare il malfatto. 

Pagine, queste di Starace, certo di dotta ricostruzione di storia militare e architettonica, ma quanto istruttive sull’antica storia del Sud sempre bello e disperato, sempre dominato e abusato, emarginato e alla fine sacrificato. Resta oggi qualche traccia di torre, triste e patetico fantasma in attesa, alla maniera buzzatiana, di un grande decisivo evento.

«Torri costiere della Capitanata. L’ispezione del marchese di Celenza» di Romano Starace (Edizioni Sudest, pp. 132, euro 15).