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Gio, Nov

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Il fuoco della tradizione a Castellaneta, in una mutata società senza più valori o punti di riferimento, è ormai scomparso. E così giunti nel periodo di marzo quando da noi si accendevano fuochi propiziatori che salutavano il nuovo ciclo con l’accensione dei falò, quasi più nessuno sente la rituale necessità di celebrare il fuoco collettivo che riunisce una comunità. Sicchè l’Almanacco Popolare, che si pubblica da dieci anni nella Terra delle Gravine, ha pensato di rinfocolare una iniziativa ormai persa (non tanto quella del Fuoco di San Giuseppe di lunedì 19 marzo 2012), quella del 25 marzo 2012, quando ricorre l’Annunziata, allorchè i contadini nelle masserie e nei vicinati accendevano gli ultimi fuochi di primavera – i  fuochi che esaltavano simbolicamente il ritorno del sole – Si è pensato, insomma, di passare dalla parte dei protagonisti; dalla parte di coloro, ultimi nostalgici, ultimi custodi del sacro fuoco a Castellaneta.

È nata così la manifestazione “Una settimana di fuoco a Castellaneta”, da San Giuseppe il 19 marzo all’Annunziata il 25 marzo, grazie all’impegno di Francesco Durante (direttore responsabile del periodico di tradizioni popolari l’Almanacco Popolare), in collaborazione con gli abitanti del quartiere Aldo Moro, a capo del quale è il solerte Mario Angarola, con il gruppo di danze popolari associazione culturale Gaia e l’istituto comprensivo Giovinazzi di Castellaneta, con il patrocinio della Net-Uno Tv Web Televisione, dell’assessorato alla cultura e dell’assessorato ai servizi sociali del Comune di Castellaneta; festa Popolare con fuochi, canti e balli sotto l’albero della cuccagna.

Una prima parte è organizzata nello spazio antistante le case popolari Aldo Moro, la seconda, verso la fine di marzo, nella zona prospiciente zona Inps, dove ci saranno stand ed altro ancora per proporre vendita di prodotti tipici, per esporre e valorizzare la nuova zona d’espansione della città.

 

Il 25 di marzo per il calendario agricolo contadinesco era il momento del passaggio vero, dall’inverno alla buona stagione. Finiti i rigori dell’inverno ci si radunava attorno alla ‘catasta’, posta solitamente al centro della vicinia, solitamente nei pressi della chiesetta, o della chiesa Grande, la Cattedrale, e si faceva festa al fuoco protettore, al fuoco come sacrificio in funzione di una buona annata: quale apertura prosperosa ad un nuovo ciclo agrario. Dalla direzione dei venti e quindi dei fumi, e dallo scintillio delle fiamme e braci i coloni di un secolo fa traevano segni: auspici e presagi; profetizzavano e sempre in funzione del rinnovato ciclo agrario.

I fuochi presupponevano il sacrificio come la morte del carnevale, cui si partecipava con il consumo di particolari cibi, come i ceci fritti nella cenere bollente e le fave arrostite, in più taralli con il pepe e con il finocchio in abbondanti bevute di vino.

Seguivano i balli, le danze, i salti sui fuochi da parte dei più giovani, che si assicuravano una buona salute inneggiando al dio Vulcano; divinità pagane che con l’avvento del cristianesimo sono state sostitute dai santi. Da San Giuseppe in particolare nel caso della Terra delle Gravine, il “poverello che porta il fuoco nel mantello” per riscaldare la sacra famigliola in attesa.