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Come ogni anno ritorna puntuale l'appuntamento con il falò più famoso del Mediterraneo: la Fòcara di Novoli. Il clou della manifesatzione si avrà dal 16 al 18 Gennaio 2015, mentre le iniziativa collaterali sono già partita giorno 6 Gennaio. Per il programma completo vi rimandiamo alla brochure ufficiale.

L'accensione della fòcara si avrà dunque giorno 16 a cura del Comitato Feste e Fondazione Fòcara con la presenza del Viceministro della Cultura e del Turismo dell’Azerbaijan Prof. Adalat Valiyev e l’Ambasciatore VA QiF SA DIQOV, con il gruppo musicale di tradizione popolare MUGHAM TRIO. Seguirà uno spettacolo a cura del Teatro Pubblico Pugliese.

Alle ore 21 si daranno il via ai concerti che vedranno impegnati gruppi quali "ottoni animati" in collaborazione con "BANDE A SUD". Quindi MUGHAM TRIO dall’AZEIRBAIJAN (musica popolare tradizionale Azera inserita nella lista del patrimonio intangibile dell’UNESCO), MASCARI MIRì, NUX VOMICA, ADRIAN SHERWOOD, LEE “SCRA TCH PERRY, RAC HID TAHA, TONY ALLEN. 
MOUSE ON MARS, METRONOMY DJ SET, JOLLY MARE.

Giorno 17 invece si esibiranno i SUD SOUND SYSTEM, HOLLIE COOK, EMir KUsTUrica & nO SMOcKing OrcHesTra. Giorno 18 invece ci sarà il concerto degli ASIAN DUB FOUNDATION

La sera dell’11 gennaio e per tutta la notte, 61 falò arderanno negli angoli del centro storico, del centro abitato e nelle campagne del territorio castellanese. La notte delle cosiddette “fanove”, illumina e scalda la città delle grotte da 315 anni.

Era l’11 gennaio del 1691.

La peste bubbonica avanzava e in poche settimane in Castellana si contavano già le prime vittime. Due sacerdoti, mentre pregavano incessantemente Dio e la Vergine nella notte tra l’11 e il 12 gennaio, ebbero simultaneamente un’ispirazione: la Madonna della Vetrana avrebbe liberato Castellana dalla peste. Il 12 gennaio il miracolo: si vide la peste “camminare più avanti” (abbandonare l’abitato) e molte persone guarire dopo l’applicazione dell’olio miracoloso della lampada.

Appuntamento con i falò. La sera di mercoledì 12 dicembre, Putignano torna a essere città del fuoco. Dalle 19 in poi, associazioni culturali e privati, con la regia dell’associazione storico-culturale Porta Barsento, il patrocinio dell’assessorato comunale alla Cultura di Putignano e dell’assessorato al Mediterraneo della Regione Puglia, accenderanno contemporaneamente dieci falò, piccoli e grandi, per illuminare e riscaldare la vigilia di santa Lucia. Il percorso si snoda tra corso Umberto I, piazzale Moro, piazze, piazzette e crocevia del centro storico, davanti a due delle tre antiche porte del borgo antico: porta Barsento e porta Nuova. E in periferia: su viale Federico II e a Putignano Duemila.

Alla vigilia di santa Lucia si accendono anche i piaceri della gola. Passando da un falò all’altro si possono degustare autentiche prelibatezze della tradizionale cucina locale: baccalà fritto, polpette, paninicon i funghi, braciole al sugo, patate cotte sottouna coltre di cenere, focacce, mortadella arrosto, ricette medievali con donzelle fritte e tanto vino. Il fuoco resta il protagonista principale ma ogni falò è sempre animato: il palo della cuccagna a piazzale Moro, danze in piazza Plebiscito, giochi medievali a porta Barsento. Inoltre un gruppo musicale itinerante, I Putifolk, accompagnerà il corteo delle autorità cittadine.

Il fuoco della tradizione a Castellaneta, in una mutata società senza più valori o punti di riferimento, è ormai scomparso. E così giunti nel periodo di marzo quando da noi si accendevano fuochi propiziatori che salutavano il nuovo ciclo con l’accensione dei falò, quasi più nessuno sente la rituale necessità di celebrare il fuoco collettivo che riunisce una comunità. Sicchè l’Almanacco Popolare, che si pubblica da dieci anni nella Terra delle Gravine, ha pensato di rinfocolare una iniziativa ormai persa (non tanto quella del Fuoco di San Giuseppe di lunedì 19 marzo 2012), quella del 25 marzo 2012, quando ricorre l’Annunziata, allorchè i contadini nelle masserie e nei vicinati accendevano gli ultimi fuochi di primavera – i  fuochi che esaltavano simbolicamente il ritorno del sole – Si è pensato, insomma, di passare dalla parte dei protagonisti; dalla parte di coloro, ultimi nostalgici, ultimi custodi del sacro fuoco a Castellaneta.

È nata così la manifestazione “Una settimana di fuoco a Castellaneta”, da San Giuseppe il 19 marzo all’Annunziata il 25 marzo, grazie all’impegno di Francesco Durante (direttore responsabile del periodico di tradizioni popolari l’Almanacco Popolare), in collaborazione con gli abitanti del quartiere Aldo Moro, a capo del quale è il solerte Mario Angarola, con il gruppo di danze popolari associazione culturale Gaia e l’istituto comprensivo Giovinazzi di Castellaneta, con il patrocinio della Net-Uno Tv Web Televisione, dell’assessorato alla cultura e dell’assessorato ai servizi sociali del Comune di Castellaneta; festa Popolare con fuochi, canti e balli sotto l’albero della cuccagna.

Una prima parte è organizzata nello spazio antistante le case popolari Aldo Moro, la seconda, verso la fine di marzo, nella zona prospiciente zona Inps, dove ci saranno stand ed altro ancora per proporre vendita di prodotti tipici, per esporre e valorizzare la nuova zona d’espansione della città.

 

Il 25 di marzo per il calendario agricolo contadinesco era il momento del passaggio vero, dall’inverno alla buona stagione. Finiti i rigori dell’inverno ci si radunava attorno alla ‘catasta’, posta solitamente al centro della vicinia, solitamente nei pressi della chiesetta, o della chiesa Grande, la Cattedrale, e si faceva festa al fuoco protettore, al fuoco come sacrificio in funzione di una buona annata: quale apertura prosperosa ad un nuovo ciclo agrario. Dalla direzione dei venti e quindi dei fumi, e dallo scintillio delle fiamme e braci i coloni di un secolo fa traevano segni: auspici e presagi; profetizzavano e sempre in funzione del rinnovato ciclo agrario.

I fuochi presupponevano il sacrificio come la morte del carnevale, cui si partecipava con il consumo di particolari cibi, come i ceci fritti nella cenere bollente e le fave arrostite, in più taralli con il pepe e con il finocchio in abbondanti bevute di vino.

Seguivano i balli, le danze, i salti sui fuochi da parte dei più giovani, che si assicuravano una buona salute inneggiando al dio Vulcano; divinità pagane che con l’avvento del cristianesimo sono state sostitute dai santi. Da San Giuseppe in particolare nel caso della Terra delle Gravine, il “poverello che porta il fuoco nel mantello” per riscaldare la sacra famigliola in attesa.

La festa di San Giuseppe è istituita nelle attuali forme dal 1866, anno in cui il santo viene eletto a Patrono di San Marzano. Sino ad allora il paese era sotto il patronato della Madonna delle Grazie e di San Carlo Borromeo, il santo milanese cui è intitolata la chiesa Matrice (prima di San Carlo Borromeo era intitolata a Santa Venere). Il culto di San Giuseppe con l'originale rito della processione della legna che si svolge il giorno della vigilia (18 marzo), trae origine dalle conseguenze di alcune devastazioni naturali, che colpendo l'immaginario collettivo, divennero spunto di forte devozione. I piccoli falò per le vie del paese hanno origine sin dal 1600, ma lo "Zjarre Madhe" (grande fuoco in lingua ARBERESHE) inizia nel 1866.

ROSETO VALFORTORE – La notte de “I Foche de Sant’Antone” (i fuochi di Sant’Antonio), a Roseto Valfortore, si celebrerà sabato 14 gennaio. La caratteristica che rende unica questa festa celebrata nel “paese delle rose” è che i falò sono tematici: ai cumuli di legna preparati in ogni angolo del borgo ogni gruppo fa prendere una forma diversa e assegna un ‘messaggio’ differente rispetto ai fuochi preparati dagli altri. Anche per questo motivo sono centinaia i visitatori che ogni anno, nel giorno dedicato a Sant’Antonio, arrivano a Roseto Valfortore.

Nei nostri centri storici di Puglia, incastonati nella casbah delle case bianche e basse delle abitazioni, non si può ignorare la presenza di edifici particolari realizzati in pietra naturale, posti su vie principali che legano, in molti casi, punti focali autenticamente urbani del centro storico vivo delle città e in molti casi costruiti in modo strategico tra antiche porte di ingresso alla città e luoghi di difesa della stessa. Il Duomo di Barletta, ad esempio, è situato sulla originaria via principale che, partendo dalla antica porta a sud rivolta verso la città di Andria, oggi demolita, per far spazio al grande incrocio urbano contemporaneo tra corso Garibaldi e via D’Aragona, si innesta nel centro storico svoltando a destra, verso est, in direzione del Castello di difesa, eretto dagli Svevi su fortificazione Normanna, rafforzato ad opera di Pierre d’Angicourt verso la fine del XII secolo e più tardi dagli Aragonesi, intorno a cui nel 1500 furono aggiunti i bastioni angolari e scavati gli ampi fossati di difesa.

Nel cuore della città – La qualità urbana di queste vie è altissima e si costruisce mentalmente dentro chi le guarda come somma degli edifici storici e meno storici che costituiscono il contesto urbano storico esistente e stratificato creando così la città vera, consolidata nel tempo. Il Duomo è posto in fondo alla via, prima del Castello, dando ad esso letteralmente le spalle; nello specifico, l’abside gotica, rivolge il suo prospetto principale e la sua piccola piazza naturale, verso l’abitato, verso la casbah, chiudendo definitivamente lo sguardo e l’accesso verso il castello, con il suo campanile passante, posto sul lato nord tra il Duomo e l’antico tessuto urbano.

Oggi l’accesso principale al Duomo è improprio; si arriva alla chiesa dall’abside gotico, da est, a seguito della nuova pianificazione urbanistica che, ignorando la storia della città e dei suoi edifici, ha aperto ampi ingressi indefiniti intorno a essa. Per ritrovare l’ideazione architettonica del XII secolo, dell’edificio e della sua piccola piazza, che si è sviluppata in una lunga fase costruttiva durata circa 200 anni, ci si avvicina ad essi con grande cautela, sospendendo il respiro. Vanno guardate lentamente le facciate esterne, apparentemente semplici che conservano tutta la sapienza costruttiva Svevo Normanna in cui si sono innestati durante la costruzione, l’ingresso Romanico, segnato a sua volta dall’innesto di un portale Rinascimentale.

Barletta crocevia di civiltà diverse –  Superato lentamente l’ingresso, ci si ritrova nella sua storia costruttiva e architettonica; le prime quattro campate, sino all’altezza del campanile sulla sinistra, sono campate romaniche costituite da sei colonne portanti snelle a sezione circolare sovrastate da capitelli scolpiti che fanno da base ad archi a tutto sesto. Proseguendo verso il presbiterio la chiesa si allunga con quattro campate gotiche costituite da pilastri in muratura di pietra naturale possenti che raggiungono, prima il presbiterio gotico, poi l’abside, in una soffusa luce che arriva dall’alto ad illuminare lo spirito degli uomini. A tutto ciò si aggiungono le sculture, incastonate nelle pareti esterne, le cornici che circondano le finestre viste poc’anzi, i capitelli interni non figurati nonché il Pergamo e il Ciborio del 1267, che raccontano, in un’unica architettura, un periodo storico importante per il nostro territorio testimoniando influenze orientali che in quel tempo abitavano questi luoghi, arricchendo la cultura della città di Barletta, nodo di transito tra Oriente e Occidente.

http://www.ambienteambienti.com/scopri-la-puglia/2015/01/news/barletta-il-duomo-gioiello-del-nostro-territorio-130469.html

Il titolo di questo itinerario potrebbe essere: anticipo d’inverno. Siamo sul subappennino dauno, in provincia di Foggia, uno tra i pochi rilievi montuosi della pianeggiante Puglia. Qui, affrontando i tornanti, si arriva in una serie di piccoli centri caratterizzati ognuno da una storia che val la pena esplorare. È una storia fatta di tradizioni antiche che invitano a riscoprire il senso delle comunità locali, delle loro contaminazioni che rivelano a sopresa collegamenti impensabili per borghi incastonati nei monti

BICCARI - Il primo è Biccari. Che a settecento metri dl’altezza e in località boschetto offre l’insediamento neolitico più antico della Puglia. L’imponente torre cilindrica che si staglia sul paese, testimonia inoltre la natura di roccaforte militare di questo insediamento tutto da scoprire, attraversato dalla via Traiana, strategica arteria di collegamento e di traffici commerciali tra l’Irpinia ed il Tavoliere.

ROSETO - Il secondo è Roseto Valfortore. In inverno inoltrato qui vi accoglie un clima rigido perché questo è uno dei borghi sui quali — se in Puglia dovesse cadere la neve — i tetti s’imbiancano facilmente. Interessanti testimonianze storiche si abbinano ad una vegetazione notevole che invita a «dare la caccia» ai tartufi. Neri o bianchi che siano, poco importa. L’importanza dei «rinvenimenti» è sottolineata dalla sagra del tartufo che dimostra come questo terreno sia particolarmente generoso nell’offrire al cercatore i suoi frutti migliori.

CELLE SAN VITO - Il terzo è Celle San Vito. Che è tutto una scoperta. Il primo dato che lo riguarda è davvero strepitoso. Celle San Vito con i suoi 170 abitanti — cittadino in più cittadino in meno — è il paesino più piccolo della Puglia. Ciò non gli ha però impedito di avere una storia ricchissima di cose da scoprire. Celle San Vito o Cèles de Sant Vuite è — per la serie non tutti sapevamo che... — il centro pugliese in cui ancora oggi si parla la lingua francoprovenzale. Il perché conviene scoprirlo sul luogo, addentrandosi nei vicoli del borgo e nella sua storia. A chi volesse avere un anticipo di questa peculiarità unica di Celle San Vito si può accennare alla minoranza linguistica Dauna/Arpitana, da pochi conosciuta, che storici e studiosi fanno risalire ai soldati francesi al seguito di Carlo I d'Angiò nella guerra franco-sveva. Ma i dettagli e — soprattutto — il suono del francoprovenzale parlato qui, conviene scoprirli durante l’escursione. La miniserie di borghi alla vigilia dell’inverno proposti in questo itinerario rapperesentano sicuramente uno tra gli angoli meno esplorati della Puglia. Qui, lontani dalle mete tradizionali di una regione la cui vocazione turistica migliora di giorno in giorno, ci si può regalare un periodo di soggiorno davvero alternativo e — dati i tempi non guasta —a prezzi accessibili.

LAGO PESCARA - Oltre i borghi, questo percorso attraverso il subappennino dauno, ci offre ancora una sopresa: il lago Pescara. Ecco come orientarsi per arrivarci: il lago si trova a nord-est di Monte Cornacchia, alle pendici del Toppo Pescara, ed è a quota 900 metri sul livello del mare. Raggiungere le sue sponde significa regalare ai propri occhi un paesaggio che potrebbe essere stato fotografato sui rilievi alpini. La Puglia, qui, sembra davvero lontanissima. Il laghetto si estende per circa tre ettari con una profondità che, al centro, raggiunge anche i quattro metri. Le sue acque sono alimentate da sorgenti sottolacustri e da ruscelli formatisi dopo le precipitazioni e dopo lo scioglimento delle nevi. Dall’alto della sua posizione si domina la pianura circostante, dal lento degrado verso il mare, interrotta all'orizzonte dalla collina fortificata di Lucera, al centro del Tavoliere, e dal promontorio del Gargano che è anche facile scorgere nelle giornate più limpide. Il termine «Pescara» del laghetto che fa pensare al capoluogo abbruzzese è improprio e deriva, probabilmente, da un errore di trascrizione sulle carte toponomastiche, in quanto la gente del posto gli assegnava il nome di «Peschiera», attribuendo al laghetto una certa immagine di bontà per la pesca. Il clima della zona presenta un’estate mite ed un inverno piuttosto rigido con abbondanti nevicate. Il lago è popolato da rane salamandre e bisce d'acqua.

Presenze da considerare soprattutto se — ma non è questo il periodo — ci si avventura nelle sue acque con i pattini noleggiati a riva. Il lago Pescara costituisce anche un ecosistema ottimale per la vita e la riproduzione anche di varie specie di pesci (carpe, barbi e alborelle). Nell’insieme rappresenta un biotipo unico e raro. Che merita una visita perché inaspettato e poco citato negli itinerari che pure suggeriscono mete da queste parti. Come detto all’inizio di questo itinerario proposto nel subappennano dauno, la stagione che stiamo vivendo — eccezion fatta per le tempeste meteo — è tra le più suggestive per avventurarsi in questa parte della Puglia. Il fascino dei borghi è inoltre condito da un’enogastronomia di tutto rispetto. Un esempio su tutti: il maiale nero. Da scoprire e da gustare qui.

Carmine Festa - Corriere della Sera

Con l’apertura del Centro Visita celenzano, salgono a otto i centri visita inaugurati sui Monti Dauni grazie al progetto Get-Local “I luoghi dell’uomo e della natura”: oltre alla struttura inaugurata a Celenza sono già attive quelle di Bovino, Castelluccio dei Sauri, Castelnuovo della Daunia, Monteleone di Puglia, Pietramontecorvino, Roseto Valfortore e Sant’Agata di Puglia. Ad esse si aggiungerà sabato 13 agosto anche il Centro Visita di Alberona e presto ne seguiranno altri, fino al completamento di una rete che coprirà ciascuno dei 29 paesi dei Monti Dauni.

A Celenza, l’antico mulino delle Clarisse è diventato il punto di osservazione privilegiato sul sistema ecologico delle dighe. Attraverso mappe multimediali, proiezioni, pannelli, e la guida di personale esperto, i visitatori potranno apprendere le peculiarità di un patrimonio naturale che non ha eguali in Europa per la straordinaria integrazione di borghi storici con i boschi, i corsi d’acqua, i laghi artificiali e le riserve faunistiche che abbracciano i centri abitati fino a costituire una eccezionale continuità tra paesaggio urbano e natura selvaggia. Anche la struttura celenzana, come le altre, offrirà attività ludiche e di laboratorio per i bambini e gli adulti che vorranno entrare nella cultura dei luoghi. La didattica, il protagonismo reale e il coinvolgimento pieno dei visitatori, fanno dei centri visita un punto di riferimento per una nuova modalità di fare turismo e di sperimentare una “vacanza attiva”.

Il progetto, ormai in piena fase di lancio, è stato ideato per costruire riferimenti utili a fruire di una incredibile varietà di itinerari: sentieri boschivi, torri, castelli, chiese e musei nei Monti Dauni raccontano di una storia millenaria, di una terra che non ha mai smesso di narrare di sé anche attraverso i riti religiosi, le tradizioni enogastronomiche, gli eventi che ne decodificano la ricca e complessa identità. Il Centro Visita di Celenza Valfortore è una struttura modernissima, perfettamente integrata in un luogo ricco di storia, dotata di strumentazioni multimediali (computer, monitor, totem, sistema audio stereofonico, sala convegni con videoproiezioni). La struttura inaugurata sabato 6 agosto ha una particolarità che la rende unica: si tratta, infatti, del mulino un tempo impiegato dalle Clarisse, le suore che dimoravano nell’ex convento oggi completamente restaurato. Si tratta del Complesso Monumentale di San Nicola, un luogo straordinario che ha riaperto al pubblico lo scorso anno ed è destinato a divenire il centro culturale più importante di Celenza Valfortore.

Info: 333.8609919

Web: comune.celenzavalfortore.fg.it – montidauniturismo.it

In occasione di “Cittàperte Estate 2011” nella suggestiva ed emozionante cornice della città di Bitonto si propone un itinerario storico-artistico-culturale che condurrà i visitatori alla scoperta del ricco patrimonio cittadino. Un patrimonio costituito da affascinanti monumenti, bellissimi palazzi antichi, prestigiosi musei, splendide chiese e percorsi suggestivi in un borgo antico che non ha eguali. L'olio extra vergine di oliva di eccellente qualità, i prodotti tipici dai sapori inebrianti, le prelibatezze gastronomiche e piacevole shopping.  Si potrà soggiornare presso le eleganti strutture ricettive cittadine indicate negli allegati file in cui sono elencati B&B e ristoranti tipici della città.

L’itinerario alla scoperta di Bitonto, terra d’ulivi dal cuore antico (l’originario insediamento peuceta risale al IV secolo a.C.), parte dallo splendido Torrione Angioino (XIV sec.). Suggestivo elemento di forma circolare della cinta muraria, fiancheggia Porta Baresana (XVI sec.), da cui si accede al centro storico, che conserva ancora quasi integro l'assetto medievale. Nel Torrione è allocata la civica Galleria d’Arte Contemporanea, che ospita importanti opere di esponenti di rilievo nazionale dell’arte contemporanea. Pochi passi e si è al cospetto della splendida Cattedrale romanica (XII-XIII sec.), definita una delle più mature espressioni dell'architettura romanica pugliese: da non perdere, all’esterno, il ricamatissimo rosone che sovrasta il portale centrale con animali stilofori e lunetta figurata e, all’interno, l'ambone duecentesco, tra i più famosi della regione, opera di "Nicolaus". Di recente gli scavi dell’intero ipogeo hanno riportato alla luce un’articolata stratificazione archeologica. Di grande interesse storico ed artistico sono anche i pezzi di mosaico pavimentale, al centro dei quali campeggia, in splendido stato di conservazione, un luminoso grifo (XI sec.). A pochi passi, la chiesa di San Domenico, recentemente restaurata, è adorna di altari e tele tra cui è da ammirare la settecentesca Madonna del Rosario di Paolo de Maio. Passeggiando per i vicoli intricati del borgo antico è tutto un susseguirsi di tesori: Palazzo De Lerma (XVIII sec.), Palazzo Spinelli (XVII sec.) e Palazzo Vulpano-Sylos con il suo maestoso portale di stile catalano (XV sec.).

Nell’ammirevole Palazzo Sylos-Calò (XVI sec.) è ospitata la prestigiosa Galleria Nazionale della Puglia in cui vi è una cospicua serie di opere: da Pietro Negroni al “Maestro dell’Annuncio ai pastori” da Vaccaro a Giaquinto e a Bardellino, da Solimena a Luca Giordano. Una grande varietà stilistica di raccolte dal 600 al 900. A pochi passi vi è la Chiesa del Purgatorio, con il portale caratterizzato dal decoro di scheletri e scene di penitenti eseguiti a bassorilievo. Proseguendo il percorso s’incontra il restaurato Teatro comunale “Traetta” (già Umberto I): risale al 1838 la costruzione originaria. Durante le affascinanti passeggiate per i vicoli tortuosi del centro storico è possibile far tappa presso gli antichi forni in pietra alimentati da legna in cui sono cotti la caratteristica focaccia bitontina e altri deliziosi prodotti. Inoltre, è possibile degustare anche le prelibatezze gastronomiche presso gli accoglienti ristoranti cittadini. Da non perdere il dolce tipico locale “il bocconotto”.

 

Un salto, inoltre, fuori dal centro antico, nel borgo ottocentesco, dove è piacevole fare shopping in ottimi esercizi commerciali. Nel percorso extra moenia spiccano palazzi nobiliari, tra cui la sede del Comune, e il Museo Archeologico della Fondazione “De Palo-Ungaro” in cui sono ospitate due mostre permanenti: “Gli antichi Peucezi a Bitonto” e “Donne e Guerrieri da Ruvo e Bitonto”.

Nei frantoi oleari della città è possibile degustare e acquistare il rinomato Olio Extra Vergine di Oliva di Bitonto, a bassa acidità e di qualità pregiata, particolare per la sua genuinità e le sue proprietà nutrizionali, noto in tutto il mondo per la sue eccellenti caratteristiche organolettiche e per il gusto squisito, leggermente fruttato.

APERTURE STRAORDINARIE E VISITE GUIDATE GRATUITE ANCHE LE DOMENICHE (dal Lun. al Sab. dalle ore 10 alle ore 19.30; Domenica 9.30-13.30/15.30-19.30) SINO AL 02/10/2011

Per esigenze organizzative, richiesta di assistenza e guide turistiche per un tour in Bitonto è possibile rivolgersi allo sportello IAT dell’Assessorato al Turismo del Comune di Bitonto aperto dal lunedì al sabato dalle ore 9.30 alle ore 19.30, sito in via Gian Donato Rogadeo n. 52, tel. 080.2254581, fax 080.2254582, e-mail Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

www.cittapertebitonto.it Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Come raggiungere Bitonto

In auto: da nord (Milano - Bologna): Autostrada A14 - E 55 - Uscita Bitonto
               dal centro (Roma-Napoli): Autostrada A16 - E 84 - Uscita Bitonto
               da sud: Autostrada A14 - E 83 - Uscita Bitonto

In aereo: Aeroporto di Bari Palese - 7 km da Bitonto

In treno: Ferrovie del Nord-Barese adiacente a Stazione Ferrovie dello Stato di Bari centro (fermata Bitonto). Per maggiori informazioni: www.ferrovienordbarese.it

Mare, spiagge attrezzate e porto turistico – Santo Spirito a 6 km e Giovinazzo a 7 km

Il Gargano - Sperone d'Italia - è un promontorio montuoso che dalla provincia di Foggia si protende verso Est nel mare Adriatico. In questa zona dai terreni carsici, chiusa a occidente dal Tavoliere, il paesaggio pugliese è caratterizzato da grotte e da terrazzi calcarei, che si innalzano fino alla quota di 1.055 metri, corrispondente alla cima del monte Calvo. Qui la montagna forma profonde voragini e valloni dall'aspetto selvaggio, cui si contrappongono i declivi collinari che si adagiano verso il mare. Il profilo della costa si presenta quasi ovunque alto e roccioso; sul versante settentrionale si trovano invece due grandi laghi: il Varano e il Lèsina.

Prima di decidere se mettersi in viaggio, recuperare la lettura del "Pensiero meridiano" di Franco Cassano potrebbe supportare filosoficamente il potenziale camminatore. In particolare, quando scrive che "chi va a piedi vede aprirsi magicamente il mondo", perché chi va a piedi legge il libro e non sfoglia solo la copertina come chi corre. Motivati a dovere, l'iniziativa a misura di pensiero e pratica sostenibile, di passaggi e paesaggi, si chiama "Puglia in movimento lento", da oggi al 16 giugno, sei piccoli viaggi lenti attraverso le sei province, ideati da Katia Manca con il gruppo Oikos

Tradizioni e Ricette

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Da Peschici a Trani, da Ostuni a Martina Franca sino ad Otranto s’incontra nei centri abitati e nelle campagne il Bianco dei muri di Puglia, un colore antropologico. 

Il Bianco dei muri di Puglia non è un colore, bensì è un elemento fondamentale, antropologico, del paesaggio pugliese, sempre presente da Peschici a Trani, da Ostuni a Martina Franca sino ad Otranto. Il Bianco dei muri di Puglia è costituito dal bianco di calce; deriva fisicamente dalla trasformazione di un minerale naturale, la pietra calcarea, molto presente nel sottosuolo della regione.

Data la bella stagione che c'è di meglio di un fantastico antipasto a base di cozze fritte? Vediamo di seguito gli ingrendienti che ci occorrono:

  • 800 g di cozze freschissime
  • 50 g di farina bianca
  • 2 uova
  • 50 g di pangrattato
  • olio abbondante per friggere
  • 1 limone
  • sale

E' necessario innanzitutto lavare per bene le cozze sotto l'acqua corrente. L'ideale sarebbe disporre di acqua di mare, ma in sua mancanza anche l'acqua di rubinetto andrà benone. Poi con un punteruolo bisogna aprire le cozze a crudo per togliere i molluschi dalle valve.

Ora lavate nuovamente i molluschi con molta delicatezza, asciugateli e passateli in un velo di farina e poi nelle uova sbattute con una presa di sale. E' necesario a questo punto impanarle e friggerle poche alla volta in una padella di ferro con abbondante olio ben caldo, lasciandoli dorari da tutte le parti.

Man mano che le cozze son pronte passatele a perdere l'unto di cottura su della carta assorbente e servitele ben calde, spolverizzate con un poco di sale e accompagnate da limone tagliato a fettine.

Consigli

 
 
 
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